Qualche Spigolatura sulla pubblicazione di Giuseppe Bellafiore “La cattedrale di Palermo”

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di Calogero Bellanca (Università La Sapienza, Roma)

Quando si avvia una riflessione su uno studio di una chiesa cattedrale, espressione tangibile di fede, storia e arte e in particolare su una realtà architettonica e storico-artistica complessa e pluristratificata come quella palermitana si rimane prima attoniti quindi ci si lascia coinvolgere nella lettura e nello studio.

Il volume di Giuseppe Bellafiore, sul quale si riflette in queste pagine, è stato pubblicato, una prima volta nel 1976, quindi riedito nel 1999, e adesso si presenta in lingua inglese ed esprime una sintesi dei decennali studi dedicati dall’autore a questo monumento insieme ad altri della città di Palermo.

Il libro si apre con un ripercorrimento delle vicende dell’organismo architettonico: dagli edifici preesistenti alla chiesa gualteriana, alla stessa cattedrale dell’età normanna, quindi ai cimiteri regio e arcivescovile, con la cripta, fino alle prime metamorfosi dell’esterno (sec. XIV e prima metà del XV) nei quali si inserisce il campanile sulla torre occidentale e i campanili sulle torri “scalarie”. Da queste prime annotazioni si legge come a Palermo i costruttori del’età normanna hanno adottato il criterio di trasformare la crociera in una grande struttura rettangolare, divisa in due zone parallele (titolo e antititolo, quasi un doppio transetto) lasciando in penombra il santuario. “L’originalità della cattedrale di Palermo consisteva, oltre alla singolare sistemazione dell’area presbiteriale, nell’introduzione di pilastri tetrastili a sostegno delle navate, composti da quattro fusti di colonne ciascuno”. Dalla lettura di questi caratteri costruttivi si può affermare ancora una volta con chiarezza come la Sicilia sia stata definita depositaria di una propria cultura figurativa e architettonica espressa dalle influenze da una parte delle forme bizantine, e dall’altro dai modi linguistici e decorativi arabi provenienti dall’Egitto fatimita e dal Magreb; così i Normanni riescono ad assimilarle in un sincretismo figurale espresso in numerose opere di alta qualità architettonica e storico-artistica. Si pensi alle tre grandi cattedrali dell’età normanna: Cefalù, Monreale e Palermo. La cattedrale di Palermo dell’età normanna dominava il paesaggio urbano della città medievale con la sua cortina muraria articolata per le decorazioni plastiche e soprattutto tarsiche svelando il rigoroso ordine stereometrico dei suoi volumi e la bilanciata simmetria speculare delle sue parti. Nell’articolazione del libro una particolare attenzione è rivolta alle diverse inserzioni trecentesche e in particolare al trattamento delle monofore e delle interposte arcate cieche che furono trasformate in bifore che divennero venti per lato. Tale inserimento rispettò la preesistente decorazione delle ghiere e dei pennacchi.

Della cattedrale gualteriana e delle prime aggiunte e stratificazioni aiuta la cospicua documentazione iconografica studiata e presentata dall’autore. Si rammentino le stampe di Antonio Grano del 1686, due dipinti conservati al museo diocesano, il primo del 1575, il successivo del XVIII secolo e ancora una incisione di Arcangelo Leanti pubblicata nel 1761.

Nel periodo compreso tra il 1460 e il 1567 Bellafiore mette in evidenza il nuovo rapporto con la città con la configurazione della loggia con un rinnovamento dello spazio cittadino antistante. Nello stesso tempo descrive l’intervento del retablo di Gagini a due ordini e ritmato da lesene che apporta una sostanziale modifica dello spazio dell’abside e una completa ridefinizione delle finiture murarie con “l’imbiancatura” delle superfici interne della chiesa.

Ma il periodo delle aggiunte e trasformazioni delle vicende costruttive continua dal tardo Cinquecento sino alla metà del Settecento. Dopo “l’occultamento” della grande abside con il retablo anche le due absidi laterali furono rimodellate e rivestite da stucchi. Le stesse cappelle della navata destra furono “rifabbricate” con un pesante rifacimento delle decorazioni. Nello stesso tempo lungo la navata sinistra si inserisce il portico settentrionale in sostituzione di alcune cappelle. Lo studio dimostra come nel Sei e nel Settecento si assiste a molte realizzazioni di apparati effimeri dedicati alle festività di Santa Rosalia, incoronazioni e cerimonie anche funebri. Allo Smiriglio viene attribuita una delle prime realizzazioni di decorazione marmorea sempre nella cappella di Santa Rosalia (1626) che il Senato della città aveva voluto e che sarà distrutta dagli interventi tardo settecenteschi cosiddetti di ammodernamento.

Nei primi anni del Settecento si assiste ad una reinvenzione della spazialità interna, gli interventi architettonici sono orientati solo alla conservazione dell’ossatura muraria, ma questa viene riplasmata nella sua interezza. Infatti i soffitti lignei delle navate laterali vennero occultati e anche sostituiti con delle volte a crociera. Le espressioni decorative del tardo rinascimento e dell’età barocca mutarono la spazialità interna.

Lo studio prosegue con la puntuale descrizione delle altre trasformazioni realizzate nel periodo compreso tra il 1781 e il 1801 nel quale l’organismo architettonico preesistente subisce l’inserzione della cupola tardo barocca, insieme a tante arcate cieche, mensole, e varie modanature, figure grottesche, merlature, come sommaria opera di imitazione dell’esistente, mentre l’interno risultò riconfigurato nella nuova rigorosa partizione architettonica della navata centrale e quelle laterali. Ma il ciclo del monumento per adottare una nota asserzione non si era ancora chiuso, anzi come numerose fabbricerie delle più importanti cattedrali dell’Europa continua con interventi di restauro e adeguamenti liturgici fino ai nostri giorni.

Così, in pieno XIX secolo, tra il 1840 e il 1844, età dei grandi interventi in stile nell’intera Europa, si inseriscono i campanili sulla torre occidentale. Questo risulta insieme alla cupola, una ulteriore stratificazione secondo le espressione del tempo. Si potrebbe riflettere come questa cattedrale insieme ad altri monumenti abbia attraversato la lunga stagione del restauro stilistico anche con progetti attuati e non realizzati che prevedevano tra l’altro la sostituzione della cupola con una proposta emisferica “in stile” dell’età normanna progettata da un soprintendente ai monumenti del tempo, Francesco Valenti nel 1932 ancora permeato da un atteggiamento retrospettivo. A tal fine per riprendere una affermazione di Guglielmo De Angelis d’Ossat si provocarono resipiscenze e contrasti e ancora con Renato Bonelli “si intese restituire l’opera architettonica al suo mondo storicamente determinato, ricollocandola idealmente nell’ambiente dove è sorta e considerandone i rapporti con la cultura ed il gusto del suo tempo”. E ancora il restauro era inteso a restituire, riportandosi ai modi generali dello stile ed ignorando le vere qualità formali che ne determinano la singolarità. Si arrivò a legittimare ed imporre ricostruzioni, rifacimenti ed anche aggiunte basate sopra analogie, alterando la struttura e la forma in nome di una astratta coerenza di stile.

Lo studio investe i diversi approcci metodologici della storia dell’architettura: dal formalistico, all’iconologico e giunge ad affrontare lo strutturalismo linguistico necessario alla comprensione del palinsesto architettonico che è sempre studiato ritrovando i procedimenti che l’hanno generato e inserito nei diversi momenti storici. In tal modo l’autore pur rivolgendosi alle strutture cerca di far dialogare le diverse istanze ovvero supera le asserzioni di Adolfo Venturi ove l’architettura viene valutata in termini di immagini e si accosta alla linea avviata da Gustavo Giovannoni e dalla scuola romana dei suoi allievi, in particolare Giuseppe Zander leggendo dall’interno la realtà dell’architettura con rilievi, note sui metodi tecnici e sulle ragioni intrinseche della costruzione. A queste acquisizioni metodologiche si aggiunga la ricezione del richiamo di Renato Bonelli al senso poetico ed estetico necessario alla comprensione dell’organismo.

In tal modo questo volume si inserisce nel grande alveo della cultura architettonica italiana e europea che ha prodotto fin dagli inizi del Novecento con gli studi di G. B. Giovenale, L. Beltrami, A. Prandi, ecc…, fondamentali monografie che sono state incrementate con i contributi degli anni del  secondo dopoguerra e più in particolare negli anni settanta e ottanta pur con quelle angolazioni diverse, segnati da apporti e rapporti disciplinari e interdisciplinari. A tal fine sembra opportuno rammentarne alcuni studi dedicati a monumenti sparsi nelle diverse contrade del nostro Paese: Da R. Bonelli, Il duomo di Orvieto e l’architettura italiana del duecento trecento,….1972, II ediz. 2003, A. C. Quintavalle, La cattedrale di Parma e il romanico europeo, a P. Sanpaolesi, Il duomo di Pisa e l’architettura romanica toscana delle origini, Pisa 1975 e ancora AA.VV., La Basilica di San Petronio, Bologna 1983 e 1984, AA.VV., La Basilica di Sant’Eustorgio in Milano, Milano 1984 e AA.VV., Il duomo di Trento, Trento 1992, fino al più recente volume a più voci, La cattedrale di Spoleto, Storia, arte, conservazione, Milano 2002.

Lo studio di Bellafiore dimostra come la conoscenza storico-critica di un monumento di indubbia eccezionalità e complessità come la cattedrale di Palermo sia il risultato diretto, visuale, conoscitivo di tanta architettura citata e interrogata negli anni, unitamente allo studio delle diverse fonti, sia fondamentale per giungere a delle definizione solide e articolate. E, seppure scritta alcuni anni addietro potrebbe sembrare datata, ma invece dimostra che le sintesi di storia dell’architettura non sono facili e rimangono sempre valide come fonte per il progredire degli studi e la formazione delle giovani generazioni di studiosi dell’architettura, della sua storia e della sua conservazione.

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